Il Fatto Quotidiano: SCAJOLA PUÒ CONTINUARE A FARE IL MINISTRO?
Inserito il 25. apr, 2010 da Marco Dallai in Prima pagina
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Guida il dicastero dello Sviluppo, maneggia miliardi ma ha rapporti con la “cricca” di Anemone.
La gaffe su Marco Biagi, le straordinarie carriere dei suoi familiari, la tratta aerea “ad personam” da Albenga a Roma. Quella prudenza sull’arresto di Di Girolamo.
PRIMA PAGINA:
• NEPOTISMO, ASSEGNI IN NERO E GAFFE SE QUESTO È UN MINISTRO (di Peter Gomez)
“Certo, c’è bisogno di una moralità più forte, ma anche di non destabilizzare il sistema”. Quando in febbraio a finire sotto inchiesta era stato Nicola Di Girolamo, il senatore abusivo entrato in Parlamento grazie ai voti della ‘ndrangheta e a falsi documenti che attestavano la sua residenza all’estero, il ministro per lo Sviluppo economico, Claudio Scajola, aveva invitato tutti alla prudenza. Gli italiani si stavano riprendendo a stento dalle rivelazioni sul sistema di appalti truccati che ruotava attorno a una serie di ex stretti collaboratori del sottosegretario alla Protezione civile, Guido Bertolaso, che adesso si apriva un altro fronte. Così Scajola, 62 anni, era apparso preoccupato. E aveva paventato il rischio destabilizzazione. Molti pensavano che si riferisse al sistema politico e a quello economico. Ma in realtà, come si comincia a intuire adesso, Scajola parlava di se stesso. Sì, perché intorno a “u ministru”, come lo chiamano nel suo feudo elettorale del Ponente Ligure, ruota un vero e proprio sistema – elet – torale e familiare – che finora lo ha salvato da qualsiasi rovescio. […]
• L’importanza di chiamarsi Umberto (di Marco Travaglio)
Oltreché il più abile, Umberto Bossi è anche il politico italiano più fortunato. Da almeno 25 anni, grazie all’insipienza dei suoi cosiddetti avversari e alla creduloneria dei suoi elettori, tiene in piedi un partito senza senso che non potrebbe esistere in nessun altro paese del mondo. Pokerista maestro del bluff, si ritrova al tavolo altri giocatori seduti al tavolo con lui che non vanno mai a vedere. Così lui vince sempre, anche se in mano ha una coppia, spesso manco quella. Diplomato per corrispondenza alla scuola Radioelettra, studente svogliato e scarsino a Medicina, nei primi anni ‘60 Bossi aveva all’attivo un paio di esami, ma ogni tanto – racconta la sorella – dava una festa di laurea e gabbava tutti uscendo di casa con la valigetta da medico condotto, salvo poi girare l’angolo per raggiungere gli amici al biliardo. Difficile, all’epoca, distinguere la sua vocazione politica dall’esigenza di sbarcare il lunario senza lavorare. Le idee erano piuttosto confuse, tant’è che il giovin Umberto partì dalla sezione Pci di Samarate (Varese) ; poi conobbe Bruno Salvadori, capo dell’Union Valdotaine, e s’infatuò dell’autonomismo; nel 1980 fondò l’Unione Nordoccidentale Lombarda per l’Autonomia, poi la Lega Autonomista Lombarda, poi la Lega Lombarda, che a fine anni ‘80 confluì con altri gruppetti nordisti nella Lega nord e approdò in Parlamento nell’87. Ebbe una funzione storica positiva due volte, quando seppe pensare in grande, da partito nazionale: accompagnando il crollo della Prima Repubblica con Tangentopoli nel 1992-‘93 e rovesciando il primo governo-regime di Berlusconi nel ’94. Oggi la Lega è il partito più antico su piazza. Senz’ave r mai superato il 12% dei voti validi, da 15 anni fa il bello e il cattivo tempo, tiene in pugno Berlusconi e il Pdl, decide chi vince e chi perde le elezioni, impone leggi razziali e incostituzionali sull’immigrazione e, in sede locale, ordinanze che violano gli elementari diritti umani nel silenzio delle autorità nazionali ed europee. Ma, dei punti qualificanti (si fa per dire) del suo programma, non ne ha mai realizzato uno. E’ la sua fortuna. La secessione (nelle più pittoresche versioni: le cinque macroregioni di Miglio, le tre maxiregioni di Speroni e via delirando) sarebbe stata una jattura, ma nel ‘98 fu scongiurata dall’a ggancio dell’Italia all’Ue. Bossi ripiegò sulla “de volution”modello scozzese, senza sapere cosa fosse. Una boiata pazzesca che divenne legge costituzionale, ma per fortuna (anche sua) non entrò mai in vigore, perché spazzata via nel referendum del 2006. Lui, finito un mantra, se ne inventò subito un altro: il “federalismo fiscale”. E il popolo padano sempre dietro, plaudente e adorante sotto il palco di un capo che lo intorta con frasi vuote ma altisonanti e patacche da teleimbonitore, tipo la moneta padana (il “Calderòlo”), l’asta delle zolle di Pontida, la banca padana Credieuronord (fallita appena aperta: 8 milioni di buco, centinaia di risparmiatori truffati, gli amministratori leghisti salvati dall’ottimo Fiorani). Ora che il federalismo fiscale è legge-delega, l’Italia rischia di trasformarsi in Stato federale senza che nessuno sappia se ci guadagneremo o ci rimetteremo. Tremonti, sui costi dei decreti attuativi, allarga le braccia: “Siamo nell’impondera bile”. Sartori giura che sarà un altro salasso. Il peggio che possa capitare a Bossi è che il federalismo si realizzi: lui dovrebbe inventarsi un altro traguardo per spingere in avanti la frontiera padana; e, soprattutto, la gente costretta a pagare più tasse se la prenderebbe con lui. Potrebbero persino materializzarsi i celebri “300 mila padani armati di fucile”: contro di lui, però. Per questo, sotto sotto, l’Umberto è felicissimo del divorzio tra Berlusconi e Fini (che chiede di rivedere proprio il federalismo). Così potrà tenere coperto un’altra volta il suo bluff, strillare alla vittoria mutilata, prendersela con Roma ladrona che “blocca il cambiamento” e campare di rendita per un altro po’, cogliendo pure un’ottima scusa per scaricare il Banana ormai marcio fradicio. Un genio.
• IL GENERALE DETTO “VIA MERULANA” (di Marco Lillo)
Q uando dovevano parlarne tra loro al telefono gli uomini della “cr icca” lo chiamavano in codice “via Merulana”. È il generale del servizio segreto Aisi, Francesco Pittorru. […]
• QUELLA INTERVISTA A SCHIFANI (di Furio Colombo)
Mentre tutti i riflettori sono puntati sulla decisione di Fini, sulla rabbia di Berlusconi, sulla platea spaesata della direzione del Pdl, propongo di spostare l’inquadratura su Renato Schifani. […]
• Cordero: “Berlusconi il selvaggio e il Quirinale mansueto” (di Silvia Truzzi)
“Contro il Caimano niente guanti, altrimenti si va dritti al suicidio”. La Resistenza? “Una speranza durata poco”. “D irei che il legittimo impedimento è l’espediente con cui viene reintrodotta un’immunità due volte dichiarata incostituzionale”. Franco Cordero, docente emerito di Procedura penale alla Sapienza, interviene su Berlusconi, il Quirinale e la notte della giustizia: “Ci sono soperchierie davanti alle quali bisogna parlar chiaro”. […]
• BOCCHINO UN UOMO NEL MIRINO (di Luca Telese)
Alessandra Mussolini lo insulta nel modo più scontato del mondo: “Con quel cognome non dovrebbe nemmeno parlare! ”. Silvio Berlusconi ha tuonato al telefono: “Non voglio più vederlo in televisione” […]
• La Scala fischia il premier (di Antonella Mascali)
NAPOLITANO CONTRO LE “BATTUTE SGANGHERATE” DEI LEGHISTI
Applausi per Napolitano e fischi per Berlusconi alla Scala di Milano dove ieri su iniziativa dell’Anpi è stata organizzata una cerimonia per festeggiare il 25 aprile. Il capo dello Stato ha tenuto un discorso a difesa della Resistenza e dell’Unità d’Italia. Ma con una concessione al federalismo, che è piaciuta al ministro Calderoli. Ad attendere Napolitano, all’in – gresso del teatro, Berlusconi che ha detto di essere “radioso”. Ma la sua faccia diceva tutt’a l t ro. Era scuro in volto non tanto per il fondotinta più abbondante del solito, ma per la bile nei confronti di Fini. Tant’è vero che alla fine della cerimonia non si è risparmiato una sonora bugia: “Non sono mai stato protagonista di burrasche. Io non ho mai litigato perché per litigare bisogna essere in due”. […]
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